Bleeding Blue

Duke a 360 gradi!

Settimana movimentata in quel di Durham. Direttamente dai gradi più alti delle forze militari statunitensi, il generale Stanley McChrystal è venuto a Duke a raccontare aneddoti e oscure verità riguardo alla campagna militare americana in Afghanistan contro le forze terroristiche talebane. In occasione dell’evento, l’aula era piena e, nonostante McChrystal sia un killer addestrato, nessuno si è sentito particolarmente in pericolo durante la sua conferenza.

Sabato ho partecipato all’evento con i Duke Alumni, ovvero gli ex-studenti che occasionalmente tornano a fare visita al campus in cui hanno studiato e sono cresciuti. Dal palco io e altri tre student-athletes abbiamo risposto ad alcune domande personali e sulla squadra. Pranzo tutti insieme e poi via ad andare a vedere la partita di basket di Duke.

Eh sì perché il basket sta entrando nella sua fase più calda proprio in questo momento. La regular season sta per giungere al termine e la famosa March Madness (ne parlerò quando sarà il momento) prenderà presto la scena. Prima però, noi di Duke dobbiamo sfidare i rivali storici della University of North Carolina in Chapel Hill (o, in breve, UNC). Per farvi capire quanto la partita sia sentita, vi dico soltanto che gli studenti di Duke per assicurarsi il posto all’interno del piccolo Cameron Indoor Stadium campeggiano giorno e notte nel piazzale fuori dallo stadio da ormai un mese. Il match si gioca il 20 febbraio.

Nel frattempo Trump, sotto la forte pressione dei democratici che adesso possono fare la voce grossa avendo la maggioranza nella House, ha riaperto il governo. Ma soltanto per tre settimane, ha specificato il presidente, il quale vuole usare questi giorni per convincere l’opposizione a passare il piano per costruire il muro sul confine messicano. Cinque miliardi e 700 mila dollari è la cifra che Trump cerca di far approvare. Martedì ci sarà il State of the Union, il famoso discorso alla nazione che il presidente ha dovuto riprogrammare per via dello shutdown. Il muro e le migrazioni, le elezioni presidenziali del 2020, le tasse e i posti di lavoro, il rifiuto di cooperare da parte dell’opposizione, così come i progressi fatti fino ad ora, saranno i punti che il presidente toccherà durante il suo speech. E sicuramente manderà qualche frecciatine delle sue ai suoi nemici.

Io intanto sono rimasto fermo ai box un giorno per colpa dell’influenza. Niente allenamento, niente lezioni, e niente uscite con gli amici la sera: completamente off. Ma sono subito pronto a ripartire, da venerdì precisamente, quando andrò alla Scholarship Dinner con gli Iron Dukes, un altro evento in cui potrò incontrare i famosi “doners” e fare networking. Sarà una bella serata per vestirsi eleganti, cenare bene, e conoscere meglio questo mondo chiamato Duke.

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A Pieno Regime

Si torna seriamente al lavoro sia a scuola che a calcio.

Grazie ad una delle persone più influenti della storia americana, questa settimana ci siamo goduti il weekend lungo. Il “MLK day,” il giorno di Martin Luther King, ci ha infatti regalato il day-off lunedì. Approfittando dell’assenza delle lezioni, abbiamo “fatto gruppo” anche domenica sera, e siamo così andati a fare serata con la squadra. Nel college, un ambiente in cui le distrazioni dal calcio sono tante, purtroppo non è facile creare il legame fra compagni. Ogni occasione diventa quindi buona per rimediare a questa assenza di spogliatoio.

Gli allenamenti in questa parte dell’anno sono faticosi. Durano tanto, in media due ore e mezza, e si dividono fra palla e pesi. Si comincia alle 10 sul campo, per poi passare alle 11:30 in palestra per un’altra ora di lavoro. L’obiettivo dei coach – e in generale, l’idea del semestre primaverile nei college – è quello di aumentare la massa muscolare dell’atleta e allo stesso tempo svilupparne capacità fisiche come resistenza e forza esplosiva. Tutti concetti sicuramente belli da sentire, ma molto più difficili da realizzare.

Intanto l’America si sta avvicinando allo State of The Union, il discorso che il presidente tiene alla fine di gennaio per fare un recap della situazione del Paese e avanzare nuove proposte. Col governo momentaneamente chiuso (ormai lo shutdown è in corso da un mese) per via della questione del muro in Messico, la gente si chiede ansiosamente cosa farà Trump.

Le tensioni si avvertono un po’ ovunque. Democratici e repubblicani sembrano non venire ad un compromesso, il che spaventa tanto l’opinione pubblica. Gli stessi guest speakers, ovvero le persone esterne che vengono a tenere conferenze o discussioni qua a Duke (come politici o giornalisti), non possono che imbattersi in questo tipo di conversazione e domandarsi cosa succederà. Perfino in classe, il contenuto delle mie lezioni si concentra spesso su questo tema bollente.

Per quanto riguardo questo fine settimana, sabato sono stato invitato a partecipare ad una cerimonia con gli Iron Dukes, ovvero gli ex-alunni che con le loro generose donazioni all’università permettono a me ed altri studenti-athletes di frequentare Duke tramite borse di studio. Sarà sicuramente un evento emozionante e una grande occasione per conoscere finalmente le facce di quelle persone che mi stanno facendo vivere questa esperienza incredibile.

Home! Sweet Home!

A casa è impossibile stare male!

È finita la pacchia. Dopo venticinque giorni di mangiate, dormite, e anche qualche bella lavorata, mi preparo a salire sul volo diretto a Raleigh-Durham, dove da mercoledì il binomio libri-pallone tornerà a dettare i ritmi della mia giornata americana.

Alternando palestra e campo da gioco, gli allenamenti a Duke riprendono col solito corso dal lunedì al venerdì mattina per i prossimi due mesi, e soltanto a marzo si tornerà a disputare qualche partita. I corsi di laurea saranno cinque questo semestre, e sulla carta quelli più entusiasmanti sono due. “Fact-Checking,” tenuto dal professore americano fondatore di “PolitiFact,” mi insegnerà le strategie per identificare e smantellare le fake news negli USA e in giro per il mondo, oltre a stimare il grado di verità delle affermazioni di politici e altre figure di spicco (President Trump in primis!); nell’altro corso, chiamato “Journalism and War,” esamineremo le insidie che affrontano i giornalisti nei paesi tormentati da guerre e dittature, dove la libertà di stampa è un miraggio e molti giornalisti sono visti come nemici dello stato dalle autorità. Specificamente capiremo i pericoli che questi reporters sono disponibili ad affrontare pur di raccontare la verità nelle loro storie: in questi paesi i cosiddetti “martiri del giornalismo” sono una realtà triste ma ammirabile.

Il bello dello Spring semester è che i weekend sono liberi, ed ho quindi più tempo per svagarmi. Il prossimo, per esempio, lo trascorro a Chicago. Da venerdì a domenica sarò, infatti, nella metropoli dell’Illinois per partecipare alla cerimonia degli All-Americans, l’evento organizzato dall’assemblea degli United Soccer Coaches durante la quale vengono premiati gli student-athletes che si sono distinti nel 2018. Io personalmente salirò sul palco per ricevere il premio di All-American sia come giocatore che come studente. Settimana prossima vi racconterò del mio soggiorno nella “città del vento” e di tutte le esperienze che questo speciale fine settimana sicuramente mi regalerà!

Qui sotto gli scatti più carini del mio periodo a casa 

Ruben Sosa e l’Uruguay!

In Uruguay incontriamo subito la leggenda del fútbol sudamericano Ruben Sosa. Novantasette ciliegie in Serie A fra Inter e Lazio e un titolo di Bundesliga sono solo alcuni dei traguardi raggiunti dal Principito.

Tra i vari sightseeing e giri turistici, decidiamo che è tempo di andare ad esportare la nostra ignoranza anche in Uruguay. Non prendiamo l’aereo per spostarci, bensì un traghetto LEGGENDA da Buenos Aires a Montevideo. Il cosiddetto Buquebus merita un 10 sia per il comfort che per la vista che offre ai suoi passeggeri. Nemmeno Borghese potrebbe ribaltare questa decisione! Giudicate voi stessi…


Un paio di ore e arriviamo nella terra del Pistolero e del Matador. Nonostante i soprannomi dei loro beniamini inneggino alla violenza, gli uruguaiani si mostrano persone molto amichevoli. Mate nella mano destra (tipico tè sudamericano), thermos di acqua calda nella sinistra, e classico “Como Estas Amigo?” – questa è l’immagine che mi rimane in mente quando penso a questa popolazione. Un po’ come quando ci immaginiamo il tipico americano con in mano lo Starbucks da mezzo litro di ‘caffè’.

In Uruguay incontriamo subito la leggenda del fútbol sudamericano Ruben Sosa. Novantasette ciliegie in Serie A fra Inter e Lazio e un titolo di Bundesliga sono solo alcuni dei traguardi raggiunti dal Principito, il quale rimane sempre un afecionado del suo club di origine, il Nacional, con cui finisce la carriera negli ultimi anni di attività.

Alegrìa
Con bomber Sosa

E noi contro la academy del Nacional ci giochiamo. D’altronde dobbiamo far credere che non siamo venuti in Sud America solo per l’asado! Questa partita la vinciamo, 3-2 per l’esattezza, mostrando una bella reazione dopo il doppio svantaggio. Detto in confidenza, spero che Sosa mi abbia visto segnare questa tripletta perché al giorno d’oggi una raccomandazione di quelle giuste, purtroppo o per fortuna, è oro.

Ancora una volta noi giochiamo bene. Lo stile del calcio uruguagio è talmente simile a quello argentino che a malapena si notano differenze nel modo di interpretare la partita. La lingua del resto è la stessa! L’unica differenza che riscontriamo rispetto all’Argentina è che noi, in Uruguay, collezioniamo solo gioie.

noi e nacional
Noi e Nacional

Il 3-2 inflitto al Nacional non è l’unica vittoria che portiamo casa. Il giorno prima (le partite sono back-to-back stile NBA), infatti, usciamo trionfanti anche dall’amichevole contro una giovane nazionale uruguaiana.

squadra uruguay
Prima del match contro la nazionale uruguaiana

La tappa a vedere gli stadi sudamericani è un must, qualcosa che devi assolutamente fare. Il leggendario Centenario lo ammiriamo solo da fuori, mentre ne l’Estadio Campeón del Siglo, la nuova casa giallo-nera del Peñarol, mettiamo piede addirittura in spogliatoio.

Stadio Penarol

Il classico giretto in downtown Montevideo è il modo perfetto per dire sayonara a questo piccolo stato del Sud America, che conta appena tre milioni di abitanti ma che tanto ha dato e sta dando al calcio internazionale.

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Si concludono così dieci giorni di divertimento e partite emozionanti, durante i quali abbiamo avuto modo di confrontarci con culture molto diverse dalle nostre – sia in campo che fuori. Il nostro equipo, a questo punto felice ed esausto, vola di ritorno in North Carolina. Una breve pausa estiva libera i pensieri e crea le giuste motivazioni per tornare, ai primi di agosto, nell’afosa cittadina di Durham, dove gli allenamenti riprendono a poche settimane dal via del campionato. Il tour de force, con il calendario che come sempre prevede una ventina di partite nel giro di due mesetti, ci saprà dire se siamo più forti dello scorso anno.
Non resta che lasciare la parola al campo… A presto per gli aggiornamenti!

 

PS: Dopo la tournée sudamericana ho fatto anche tappa a Boston (MA) per un paio di settimane. Questi i migliori scatti che sono riuscito a rubare!

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Nord vs. Sud America: Che Partita!

Due filosofie diverse e contrastanti, quella sud e quella nordamericana, si affrontano in una partita tanto inusuale quanto entusiasmante.

La notte pazzesca della Bombonera ci ha fatto immergere pienamente nell’atmosfera del fútbol argentino. Noi, però, di Boca non siamo ancora sazi, e allora il giorno seguente sfidiamo la academy giallo-blu al loro centro sportivo: due filosofie diverse e contrastanti, quella sud e quella nordamericana, si affrontano in una partita tanto inusuale quanto entusiasmante.

Per fortuna, noi non veniamo presi in giro come la squadra peruviana la sera prima. Anzi, facciamo la nostra sporca figura.

Noi e boca

Pronti via e diamo un bel segnale alla partita. La palla gira bene, molto bene. Non oso dire che “canta”, non siamo il Barcellona guardiolano, però la manovra è fluida ed efficiente, tanto che per questioni di centimetri non passiamo in vantaggio per primi. Ma la palla gira bene anche quando l’hanno loro; d’altronde sono sudamericani, il possesso viene prima di tutto. Si può vedere chiaramente l’impronta che viene data a questi giocatori sin da piccoli: la palla si tiene e si gioca, ed è attraverso il possesso che si arriva dall’altra parte del campo per segnare.

Il Boca apre le mercature con la classica punizione laterale che nessuno tocca e finisce in porta (Lampard docet). Noi, però, non demordiamo. Atleticamente siamo superiori e, al termine di una delle tante cavalcate di squadra, finalizzo col sinistro (per sbaglio) un preciso assist di un mio compagno, per il goal che vale il pareggio.

A questo punto, i sudamericani s’innervosiscono. Sull’1-1 fanno partire una serie di tackle nonsense mirati a dare un segnale alla partita. Scherzo, mirati esclusivamente a fare male.

Noi ci divertiamo in campo e sembriamo molto a nostro agio, tanto che continuiamo a dialogare bene con la palla e creiamo ancora un paio di occasioni. Consapevoli che a fine partita ci avrebbero dato pranzo alla mensa del loro centro sportivo, caliamo le braghe negli ultimi minuti come nel più classico dei match fixing e diamo il contentino al Boca: 3-1 per la squadra di casa è il risultato finale.
Ne sono cresciuti di talenti in questo settore giovanile. Da Riquelme a Tevez, fino a el Pibe de Oro, il Boca ha sfornato diversi campioni che hanno fatto la storia del calcio. Fuoriclasse che, tecnicamente, sono davvero tre spanne sopra a tutti, ma che in campo sono spesso inclini al disordine tattico. Tevez recentemente disse, “I ragazzini italiani sanno tutto di tattica ma toccano male la palla”. Non per essere noioso Carlitos ma, a giudicare dal mondiale in Russia, lavorare un attimo di più sulla difesa sarebbe un’idea da considerare!

Tevez 2
Vi lascio con un paio di scatti di Buenos Aires… perché la prossima tappa è l’Uruguay!

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Per rispondere al magggico Tony… Beh io un’offerta dal Sudamerica non la potrei MAI rifiutare, lo sai! Per quanto riguarda il tavolo… pensavo entrassimo senza pagare, è cambiato qualcosa dall’ultima volta?!

Bomba alla Bombonera

Buenos Aires, Montevideo, Boston: da un’America all’altra, maggio è stato un mix di viaggi e good times.

Se guardare le cose in prospettiva aiuta, solo adesso, ad un mese di distanza dalla tournée sudamericana, mi rendo conto di quanto quella esperienza sia stata unica… a partire dal giorno uno! Nemmeno il tempo di scendere dall’aereo ed è subito pausa-ristorante per testare il cibo tipico argentino. Davanti ai nostri occhi viene servito un mega ASADO che, prontamente, facciamo sparire. “Me par che no magné da tre mesi!” direbbe mia nonna. L’asado, un piatto che sarà sulla tavola di tutti i nostri pasti argentini, accorcia subito la bucket list di Buenos Aires.

Il giorno seguente vince il premio di best day of the trip. Sveglia presto, si va a giocare un’amichevole contro la academy del River Plate. Non lucidissimi e ancora con la panza piena dalla carne della sera prima, torniamo in hotel con un pareggio amaro, visto che la controparte argentina ci segna un gol nell’ultimo dei dieci minuti di recupero (questa partita loro non potevano proprio perderla). La sera stessa, il delirio.

Etichettata da tutti noi come “la più entusiasmante esperienza calcistica a cui abbiamo mai assistito”, quella notte rimarrà sempre nella mia memoria. Si gioca un match di Copa Libertadores, e il Boca Juniors, derivante da una striscia di risultati insoddisfacenti nella “Champions League sudamericana”, sfida l’Alianza Lima, la squadra capitale del Perù. Un imperativo, vincere, accompagnato dalla speranza di un risultato favorevole nell’altra partita del girone.

Dal momento in cui entriamo alla Bombonera, l’atmosfera si fa surreale. LA 12, la notoria curva del Boca, è già piena, ed inizia ad intonare cori per i suoi ragazzi. Lo stadio – veramente, TUTTO lo stadio – segue.

Curva Boca
LA 12, curva del Boca

“Dale dale dale Bocaaaa!” Le voci dei 45 mila mi danno i brividi, tanta è la passione che riescono a trasmettere. Stare seduti al proprio posto è impossibile: se ami il calcio, la cosa più naturale da fare in questo momento è alzarti e saltare col resto dello stadio. E poco importa se non sai la lingua e non conosci mezza parola delle canzoni, questa sera sei un tifoso del Boca.

“Mi sento male per i giocatori del Perù”, mi dice un mio amico. “Se la stanno facendo sotto di sicuro”. Questo è perlomeno quello che si percepisce dagli spalti. La curva del Boca, non a caso chiamata “LA 12” perché è l’uomo in piu dei giallo-blu, ha sempre un’influenza pazzesca sull’andamento della partita. “Sai cosa succede all’arbitro se espelle un giocatore del Boca nel primo tempo?” mi dice il mio compagno di squadra argentino. “No? Beh, non lo vuole sapere nemmeno lui”.

Ma nel calcio la palla è rotonda, e la partita va sempre giocata – penso fra me e me prima del fischio di inizio. Magari l’Alianza Lima se la gioca…

WRONG. Quattro schiaffi e il Boca a fine primo tempo va negli spogliatoi dopo aver rifilato uno dei poker più facili della storia del calcio. Un dominio in lungo e in largo, condito da un paio di tackle al limite che incendiano LA 12, è il piu semplice e preciso riassunto della prima metà di gara. I malcapitati peruviani sembrano non provarci nemmeno. “Dale Dale Bocaaa!” – i cori continuano durante l’intervallo. Non c’è tempo per coca cola e patatine durante la pausa. LA 12 continua a cantare per il Boca, il suo “Buen Amigo”, come recita il testo di uno dei cori.

Tevez and I
Due proprio belli…

Nella ripresa c’è spazio anche per il goal di una vecchia conoscenza juventina. Carlitos Tevez fa esplodere lo stadio quanto rilascia un missile che piega la mano al portiere, sbatte sulla parte inferiore della traversa, e poi gonfia la rete. Sul parziale di 5-0 e consapevole del risultato favorevole sull’altro campo, il Boca si ferma. Da segnalare l’ingresso in campo negli ultimi minuti di Fernando Gago, ex centrocampista madridista. Con la partita sostanzialmente finita, il numero 5 giallo-blu si mette in the middle of the park e comincia a dispensare palloni a destra e sinistra, ogni lancio accompagnato dagli olé de LA 12. “Va beh, sul 5-0 sono un fenomeno anche io”, dice qualcuno di noi scherzando. (AFFERMAZIONE DA RIVEDERE!)

Che passione, che entusiasmo, che modo di vivere il fùtbol. Scriverò del resto dell’avventura sudamericana nei prossimi giorni, specialmente delle impressioni che ho avuto riguardo al fùtbol argentino e uruguagio. Per il momento, respirate l’aria che gira alla Bombenera quando gioca il Boca…


PS: I posti erano bruttini come vedete!

Half time

Duplice fischio: la prima metà della mia avventura collegiale si conclude qui.

Ho consegnato tutti gli esami ed ora, più leggero che mai, aspetto solo i voti. Per far felice la mamma, mi sbilancio e dico che sono andati tutti bene. D’altronde le ho detto che ho passato la settimana in biblioteca…

Mixed feelings come si suol dire: felice perché è finito il semestre di scuola e esami ma triste perché allo stesso tempo gli impegni accademici pongono fine anche alla vita del college, il che non è un’emozione da poco.

Per fortuna non c’è tempo di pensare a ciò che è stato che già ci sono nuovi ricordi da creare. Prima corta vacanzina coi compagni di squadra, poi di nuovo ad allenarsi perché il 14 si parte. Da Durham a Buenos Aires, Argentina, e da li ‘traghettata’ a Montevideo, Uruguay. Quattro partite in 10 giorni, visita alla Casa Rosada (la White House dell’Argentina) e biglietto in tribuna per assistere al partido del Boca nello stadietto storico della Bombonera. Il resto del programma della tournee è ancora da decidere, ma finora non è mica male.

E non è tutto. Di ritorno dal sud America volerò infatti molto più a nord, fino al Massachusetts. Qui soggiornerò a Boston, a casa del mio socio e compagno di squadra Jack, per giocare la lega estiva di calcio. Poi sarà di nuovo tempo di Duke.

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Per rispondere alle inquiries di un amico, “Cosa pensano in America degli italiani e dell’Italia?”
Dell’Italia qua si parla ben poco. C’è questa idea molto esotica di un paese ricco di bellezze e storia, ma la conoscenza del nostro paese è in realtà molto limitata. Politicamente siamo abbastanza ignorati, come il resto del mondo d’altronde: agli americani interessa veramente poco di ciò che succede al di fuori della politica interna.

Sportivamente siamo già un pelo più rispettati grazie al calcio. Per i non appassionati la conoscenza del calcio si ferma abbastanza in superficie. Per capirci sanno chi sono Buffon e Pirlo ma non vanno molto oltre. Bonfiglio deve ancora arrivare in America…

In conclusione

Tante avventure mi aspettano nei prossimi mesi, con posti nuovi e esperienze calcistiche uniche da vivere al massimo: un gradito intervallo prima di iniziare il mio secondo tempo a Duke.

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PS: Tony tel dago l’accredito non ti preoccupare. Te ne do due quasi quasi perché quando vieni alla Prateria sei sempre il più simpatico.