A Pieno Regime

Si torna seriamente al lavoro sia a scuola che a calcio.

Grazie ad una delle persone più influenti della storia americana, questa settimana ci siamo goduti il weekend lungo. Il “MLK day,” il giorno di Martin Luther King, ci ha infatti regalato il day-off lunedì. Approfittando dell’assenza delle lezioni, abbiamo “fatto gruppo” anche domenica sera, e siamo così andati a fare serata con la squadra. Nel college, un ambiente in cui le distrazioni dal calcio sono tante, purtroppo non è facile creare il legame fra compagni. Ogni occasione diventa quindi buona per rimediare a questa assenza di spogliatoio.

Gli allenamenti in questa parte dell’anno sono faticosi. Durano tanto, in media due ore e mezza, e si dividono fra palla e pesi. Si comincia alle 10 sul campo, per poi passare alle 11:30 in palestra per un’altra ora di lavoro. L’obiettivo dei coach – e in generale, l’idea del semestre primaverile nei college – è quello di aumentare la massa muscolare dell’atleta e allo stesso tempo svilupparne capacità fisiche come resistenza e forza esplosiva. Tutti concetti sicuramente belli da sentire, ma molto più difficili da realizzare.

Intanto l’America si sta avvicinando allo State of The Union, il discorso che il presidente tiene alla fine di gennaio per fare un recap della situazione del Paese e avanzare nuove proposte. Col governo momentaneamente chiuso (ormai lo shutdown è in corso da un mese) per via della questione del muro in Messico, la gente si chiede ansiosamente cosa farà Trump.

Le tensioni si avvertono un po’ ovunque. Democratici e repubblicani sembrano non venire ad un compromesso, il che spaventa tanto l’opinione pubblica. Gli stessi guest speakers, ovvero le persone esterne che vengono a tenere conferenze o discussioni qua a Duke (come politici o giornalisti), non possono che imbattersi in questo tipo di conversazione e domandarsi cosa succederà. Perfino in classe, il contenuto delle mie lezioni si concentra spesso su questo tema bollente.

Per quanto riguardo questo fine settimana, sabato sono stato invitato a partecipare ad una cerimonia con gli Iron Dukes, ovvero gli ex-alunni che con le loro generose donazioni all’università permettono a me ed altri studenti-athletes di frequentare Duke tramite borse di studio. Sarà sicuramente un evento emozionante e una grande occasione per conoscere finalmente le facce di quelle persone che mi stanno facendo vivere questa esperienza incredibile.

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Chicago, the Windy City

Completo elegante, medaglie, e sciarpa rossa marchiata “All-American” hanno reso il tutto molto professionale e coreografico.

Scendo dall’aereo e già sento il gelo che mi entra nelle ossa. Le città nordiche sapevo fossero fredde, ma Chicago esagera! Nonostante il vento pungente e le strade ricoperte di bianco (sabato è arrivata la neve), io non mi sono tirato indietro ed ho raggiunto tutti i punti d’interesse della mia bucket list.

Venerdì il mio weekend nella Windy City si è aperto, ironicamente, con “Una domenica pomeriggio sull’isola della Grande-Jatte,” il capolavoro artistico di Seurat situato all’interno del Chicago Institute of Art. Le lezioni liceali di storia dell’arte passate a studiare ed analizzare questo dipinto mi hanno legato talmente tanto a questa opera d’arte che mi sono sentito obbligato ad andare a vederla coi miei occhi. E che spettacolo!

Un’altra delle attrazioni “must-see” di Chicago è il Cloud Gate. Comunemente chiamato il “bean” per via della sua forma ovale e schiacciata ricordante un fagiolo, il Cloud Gate è una sorta di specchio gigante che occupa il centro della piazza al Millennium Park, il parco più famoso di Chicago. Il risultato di questa architettura? La città intorno si riflette sulle pareti di questo specchio, e di notte il gioco di luci è mozzafiato.

Girovagando per la città tutto solo, una mattina mi sono imbattuto in un Nutella Cafè. Costretto ad entrare per verificarne l’autenticità, ho fatto ricadere la mia scelta su una crêpes nutella e fragole, con caffè americano ad accompagnare. Non giudicatemi, il caffè vero si sa che non esiste da queste parti!

La cerimonia dei giocatori e studenti All-America, il motivo primario del mio viaggio, si è svolta invece sabato. Completo elegante, medaglie, e sciarpa rossa marchiata “All-American” hanno reso il tutto molto professionale e coreografico. Per via delle mie due medaglie (sono stato premiato fra i migliori atleti dei college americani sia per meriti calcistici che scolastici), durante la mia seconda premiazione la presidente dell’associazione dei coach americani ha fatto scappare la battuta. “Ne vuoi un’altra?”

Una giornata così bella non la potevo terminare tristemente nel mio letto d’albergo. Quando mi ricapita di essere a Chicago tutto solo?! Ed ecco che allora la sera io e un paio di altri giocatori incontrati alla cerimonia abbiamo testato la nightlife di Chicago. Con la scusa di dover brindare ai nostri premi siamo andati avanti fino a notte inoltrata, facendo nuove conoscenze con gli studenti delle università nei dintorni. Stanco e con poche ore di sonno, il giorno dopo sono salito sull’aereo per fare ritorno alla mia cara Duke, dove da oggi si è tornato a fare sul serio.

Home! Sweet Home!

A casa è impossibile stare male!

È finita la pacchia. Dopo venticinque giorni di mangiate, dormite, e anche qualche bella lavorata, mi preparo a salire sul volo diretto a Raleigh-Durham, dove da mercoledì il binomio libri-pallone tornerà a dettare i ritmi della mia giornata americana.

Alternando palestra e campo da gioco, gli allenamenti a Duke riprendono col solito corso dal lunedì al venerdì mattina per i prossimi due mesi, e soltanto a marzo si tornerà a disputare qualche partita. I corsi di laurea saranno cinque questo semestre, e sulla carta quelli più entusiasmanti sono due. “Fact-Checking,” tenuto dal professore americano fondatore di “PolitiFact,” mi insegnerà le strategie per identificare e smantellare le fake news negli USA e in giro per il mondo, oltre a stimare il grado di verità delle affermazioni di politici e altre figure di spicco (President Trump in primis!); nell’altro corso, chiamato “Journalism and War,” esamineremo le insidie che affrontano i giornalisti nei paesi tormentati da guerre e dittature, dove la libertà di stampa è un miraggio e molti giornalisti sono visti come nemici dello stato dalle autorità. Specificamente capiremo i pericoli che questi reporters sono disponibili ad affrontare pur di raccontare la verità nelle loro storie: in questi paesi i cosiddetti “martiri del giornalismo” sono una realtà triste ma ammirabile.

Il bello dello Spring semester è che i weekend sono liberi, ed ho quindi più tempo per svagarmi. Il prossimo, per esempio, lo trascorro a Chicago. Da venerdì a domenica sarò, infatti, nella metropoli dell’Illinois per partecipare alla cerimonia degli All-Americans, l’evento organizzato dall’assemblea degli United Soccer Coaches durante la quale vengono premiati gli student-athletes che si sono distinti nel 2018. Io personalmente salirò sul palco per ricevere il premio di All-American sia come giocatore che come studente. Settimana prossima vi racconterò del mio soggiorno nella “città del vento” e di tutte le esperienze che questo speciale fine settimana sicuramente mi regalerà!

Qui sotto gli scatti più carini del mio periodo a casa 

Winter Break

I premi personali (calcistici e non), il mio viaggio di ritorno, i piani per questo Winter Break e per il semestre che verrà!

La procedura, da due anni a questa parte, è la stessa. Consegno gli ultimi esami, congedo compagni e allenatori, e chiudo la valigia: è ora di volare a casa. Durham-New York City-Milano è l’itinerario di 14 ore che mi separa da un piatto di pasta finalmente fatto bene e soprattutto tante, tantissime risate in famiglia e con amici.

Questo semestre autunnale passa in rassegna come il miglior periodo universitario per me fino ad ora. Non soltanto la stagione calcistica mi ha regalato moltissime emozioni, ma una volta terminata sono arrivati anche molti riconoscimenti personali di caratura nazionale: sia per il rendimento calcistico che per quello scolastico, sono ufficialmente marchiato come “All-American,” ovvero rientro nella cerchia di quei pochi student-athletes negli Stati Uniti ad eccellere sia sul campo che fuori.

Per il modo in cui il college americano è organizzato, le vacanze invernali sono una vera e propria pacchia. A differenza del sistema universitario italiano che prevede esami a gennaio e forza così gli studenti a spendere tempo sui libri durante il periodo natalizio, per noi a gennaio iniziano corsi totalmente nuovi. Ed ecco che allora questi venti giorni a casa verranno dedicati al relax, alla family, e agli amici di sempre… Ed a tenermi allenato nel caso il mio coach ve lo chieda! Per quanto sembri che mi goda la vida dello sfaticato, non pensate però che non faccia niente tutto il giorno: ci pensa ben il mio vecchio a mettermi sotto al ristorante!

La ricompensa, però, c’è sempre!

Il prossimo (e penultimo) semestre, invece, sarà il più impegnativo. Dei cinque corsi che frequenterò, tre saranno incentrati su giornalismo e due su storia. Dovrò passare il cosiddetto “capstone” giornalistico, ovvero il corso chiave che riassume i progressi fatti fino ad ora ed analizza la mia personale esperienza durante il tirocinio che ho svolto l’estate scorsa. Il duro impegno scolastico servirà a tenermi la mente impegnata durante la primavera dato che il calcio, essenzialmente, si ferma. Il programma calcistico nello Spring semester prevede, infatti, allenamenti e amichevoli ma nessuna partita ufficiale. Per quanto insensato possa sembrare (e credetemi, è alquanto insensato), ho imparato a convivere con questo tipo di organizzazione, anche se non nascondo il fatto che sia una di quelle poche cose che cambierei del sistema college.

Stagione da Fuoco

Il riassunto di una stagione molto calda, finita così così dal punto di vista del collettivo ma con tanti awards personali.


Una stagione piena di emozioni è giunta al termine due settimane fa. Complici la nostra mancata lucidità sottoporta ed un pizzico di sfortuna, nei sedicesimi di finale ci siamo dovuti arrendere all’università di Maryland: 0-2 il risultato finale.

Il campionato finisce qui. Se è pur vero che la stagione è corta, la vicinanza delle partite rende il campionato molto pesante dal punto di vista mentale, mentre una volta giunti ai playoff la gara singola può rivelarsi crudele e, come è successo nel nostro caso, vanificare quanto di buono fatto nella regular season. Alla delusione di squadra provo a far fronte con un paio di riconoscimenti a livello personale. 

Si tratta dell’inserimento tra i 15 finalisti del “Hermann Trophy,” il premio per il migliore giocatore dei college USA, e della selezione nel “All-America team.” Vinco questo award sia per quanto fatto sul campo che per il rendimento scolastico (Academic All-America team). Sicuramente consolazioni che mi aiutano a mandare giù più facilmente l’amara sconfitta!

Rimane adesso una settimana alla fine del semestre, la quale ci vedrà impegnati nei temutissimi esami finali prima di fare le valigie e tornare a casa per godersi il meritato riposo. Il winter break durerà soltanto una ventina di giorni: giusto il tempo di festeggiare il Natale, guardare la Premier League durante il Boxing Day, stappare un paio di bozze a capodanno, e sarò nuovamente sull’aereo diretto a Durham.

Intanto qui l’atmosfera natalizia si respira veramente, dato che un sacco di neve ha invaso Duke nella notte fra sabato e domenica. A causa delle severe allerte meteo, la vita nel campus si è fermata: gli autobus non passano, i ristoranti sono più chiusi che aperti, e il campo da allenamento è coperto da 20 centimetri di neve. Ma ancora non mi demoralizzo… a patto che venerdì gli aerei partano!

Win or Go Home

Oggi è da dentro o fuori.

Non c’è più tempo per scuse o rimpianti: oggi la partita è da dentro o fuori – win or go home, come dicono qua.

Al termine di una stagione molto positiva per noi, lunedì la NCAA ha finalmente rivelato il bracket, ovvero il tabellone delle 48 squadre che si daranno battaglia per il titolo nazionale. Classificati come sesti fra le teste di serie, abbiamo di fronte a noi quattro partite prima di disputare la finale. Il bello e il brutto di questi playoff è che sono crudeli: siccome si giocano soltanto partite secche, un errore contro gli scarponi ti può veramente costare la stagione.

Il nostro obiettivo è di mettere il nostro sederino sull’aereo diretto a Santa Barbara il 7 dicembre, giorno in cui inizia la College Cup, ovvero le final four. I ricordi californiani sono per noi soltanto positivi, dato che a fine agosto avevamo espugnato il campo di San Diego con un netto 4-1. Tornare in Cali sarebbe una meraviglia, non soltanto per giocare ma anche per godersi le vibes e le temperature fuori di testa. Tutto un altro mondo rispetto al freddo e alla pioggia che in questi giorni hanno invaso Durham!

Intanto vi lascio con un recap dei premi che ho ricevuto fino ad ora a livello personale, sia dentro che fuori dal campo. L’ACC First Team è una selezione dei migliori 11 della conference ACC, mentre l’Academic All-District è un riconoscimento che premia gli atleti che si sono distinti contemporaneamente sul campo e in classe.

Il Bello Deve Ancora Venire

A recap of the regular season and a look at what is expecting us in November!

Nonostante il freddo sia arrivato anche in Nord Carolina, novembre, per noi di Duke Soccer, è il mese più caldo. Dopo una regular season che ci ha visti protagonisti con uno storico di 10-5-1 (vittorie-sconfitte-pareggi), domenica i giochi sono iniziati per davvero. La prima partita dei playoff di conference ci ha visti soffrire ma uscire vittoriosi dalla gara casalinga contro Pittsburgh. Con questa vittoria nei quarti di finale dei playoff ACC, ci apprestiamo a sfidare la University of North Carolina mercoledì, per cercare di strappare il pass per la finale di conference, un trofeo che manca a Duke da oltre un decennio.

La partita di domenica non è stata delle più entusiasmanti. Il ritmo è rimasto basso per l’intera gara, e soltanto grazie alle giocate dei singoli si è vista qualche occasione da gol. Da portare via, oltre ovviamente alla vittoria, c’è la prova di carattere, dato che per un’ora siamo rimasti in dieci uomini, senza capitolare e allo stesso tempo impensierendo il portiere avversario. Sul risultato di 0-0 siamo andati ai rigori. Io ho tirato il primo.

“Centralone non sbagli mai,” si dice fra amici al bar. Di questi consigli io ne ho sempre fatto tesoro, ed ho così trasformato il mio penalty kick con un piattone nel mezzo della porta. Due parate del nostro portiere ci hanno poi permesso di festeggiare il passaggio del turno, al termine di una partita veramente dispendiosa in termini di energie fisiche e mentali.

Ora ci attende il derby, che è sempre il derby: le tante motivazioni intorno a questo partitone ci aiuteranno a ricaricare le batterie. Se a livello di squadra puntiamo a portare a casa il primo titolo stagionale già questa domenica, personalmente sono alla ricerca del dodicesimo gol stagionale.

Intanto sono finite le lunghe celebrazioni di Halloween. La festa, in America, non si limita al 31 di ottobre ma inizia diverse settimane in anticipo, con costumi e decorazioni a fare da padroni durante tutto il mese. Novembre è anche il periodo dell’anno in cui si festeggia il thanksgiving (il giorno del ringraziamento), il quale verrà seguito dal Black Friday, il venerdì più atteso dell’anno: milioni di americani sono pronti a soddisfare tutti i loro capricci quando la mattina presto prenderanno d’assalto gli stores alla ricerca dell’affare più conveniente. Quando questo putiferio si scatenerà, noi puntiamo ad essere nella fase finale dei playoff nazionali.