My First Day

 

8 agosto 2016, il giorno è arrivato. Mi dirigo a Milano Malpensa con i miei genitori: da qui partirà il mio primo volo intercontinentale (cavolo se suona bene!), ma soprattutto da qui inizierà la mia nuova vita.

Milano-Monaco-Charlotte, questo l’itinerario. Congedo la mia famiglia e sono pronto a lasciare il Paese, consapevole che d’ora in avanti sarà tutto nelle mie mani: o fallisco, e prendo una bella botta, o ce la faccio, e mi riempio di fiducia.
Sbam! In un batti baleno sono a destinazione. Metto piede sul suolo americano e un po’ ripenso a tutte le volte in cui mi son giurato di andare negli States. Ma non ci faccio molto caso, sono troppo impegnato a costruirmi in testa le frasi per farmi capire. Eh sì, perché all’inizio credi di sapere l’inglese, ma quando ascolti la tua voce pronunciare quelle strane parole di fronte a qualcuno che non sia il tuo insegnante, il gioco cambia. E se poi, come nel mio caso, la prima persona a cui ti devi rivolgere è un agente delle forze dell’ordine col compito di accettare o rifiutare il tuo visto e il tuo passaporto, ecco che i famosi sette o otto anni di inglese a scuola sembrano vanificarsi nel nulla. Foto, impronte digitali, documenti, e una serie infinita di domande: passo il test – I am free to go. Ritiro la valigia e cerco la strada per l’uscita. Percorro alcuni e corridoi e, alla fine, giro l’ultimo angolo; lì, ad aspettarmi come programmato, c’è il mio coach. “How you doing, Danny? Nice to meet you!”, le sue prime parole.

Ritiriamo la macchina al parcheggio e ci dirigiamo verso Salisbury, città che ospita Catawba College. Sto morendo di fame, e il jet lag sicuramente non mi sta dando una mano. Ci fermiamo, allora, sulla strada, e la necessità di cibo mi spinge a fare qualcosa che poi mi prometterò limitare al minimo: panino spazzatura al primo fast food e via di nuovo in viaggio. Una volta arrivati al campus, andiamo dritti al luogo più interessante, il campo da calcio. Mi approcciano subito quattro o cinque ragazzi, che successivamente chiamerò “boys” perché compagni di squadra. Mettiamo su un torellino e sbombiamo un po’ al portiere, il tutto in completa serenità, dato che il primo allenamento sarebbe stato il giorno seguente.
Passiamo un paio di orette a conoscerci e a prenderci già in giro finché, completamente buio, decidiamo di smettere e fare due chiacchere. Ho l’impressione di sentire parlare cinque lingue diverse… brutta storia gli accenti quando sei alle prime armi! America, Australia, Inghilterra, Germania, Islanda, ce n’è per tutti i tipi, e io non posso fare altro che chiedere di ripetere infinite volte. Scene alquanto esilaranti nasceranno successivamente a causa della mia inesperienza con la lingua. Ma come direbbe il buon Buffa, “questa è un’altra storia.”

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